Trascrivo di seguito, con immenso piacere, una bella lettera dell'amico Alessandro, “frà di corso” come si suol dire quando si frequenta lo stesso percorso per diventare marinai e sottufficiali di carriera dopo i 6 anni di apprendistato.

La nostra conoscenza risale all'agosto 1959 alle scuole CEMM di Venezia, tramutata in sincera amicizia nel tempo. E' iniziata in forma molto banale, tutti e due eravamo vicini di branda al terzo piano e qualche volta i nostri buongiorno erano accompagnati da qualche tiro di cuscino.

Qualche vaffa quando erano improvvisi, ma anche tante risate guardando dall'alto i nostri compagni come si comportavano al risveglio di un nuovo improvvisato giorno da marinaio. 

Sono da diversi anni che le nostre chiacchierate avvengono tramite email o messenger, senza necessariamente alcuna novità di rilievo, ma solo un modo per scambiarci nuove opinioni della vita che scorre intorno a noi.

Ecco l’ultima in ordine di data, la pubblico, con il suo consenso, nel sito del corso '59,  alla portata di tutti quelli che la vorranno leggere e capire la vita che è nata da quel giorno che Alessandro si è  presentato, insieme a tanti altri ragazzi di tutta Italia, alle scuole della Marina Militare di Venezia per iniziare una nuova avventura piena di incognite.

Franco Nini


 

dicembre 2021

Ciao e buona giornata Caro Franco,  

giorni intensi non per le feste. Le guardo da lontano.

Non ne sento la ragione e il richiamo. Brutto segno.

Forse, aridità mia o saggezza?


La pantomina sociale degli acquisti si ripete stanca. Intanto la pandemia trionfa e chi la subisce e’ vittima del caso o di se stesso? Non saprei. Mi sembrano tutti stanchi. Il buonumore pubblicitario come finzione televisiva volgare e rumorosa mi offende. Non sopporto questo inverno, meno degli altri.

Non trovo l’energia sufficiente per andarmene in Sardegna. Piove e freddo anche da quelle parti. La mia pigrizia e’ ormai una malattia. Nel frattempo mi consolo. Guardo il repertorio di foto che hai conservato per noi. Se tu non ci fossi dovresti essere inventano. Abbiamo bisogno di reperti e puntelli per la memoria. Un bellissimo archivio di mille anni fa quello da te curato . Mi aiuta a far riaffiorare le memorie dimenticate, le nostre!

Si come quando le devastazioni senili cercano di riavvolgere all’indietro la propria storia e per un attimo illudersi di essere nell’antico presente. A differenza di te  mio fratello di mare, il mondo dei gallonati che ci fa da cornice  e presenza  nelle foto mi mostra una improbabile continuità.

Invece mi inteneriscono  le tue foto con le nostre facce da bambini che ancora avevamo. Arruolati da poco, un niente ci rendeva contenti e il futuro una splendida attesa. Ma anche piu’ avanti, quando la “tenerezza al cuore cose nuove detta” fa dell’oggi un ieri.

Come la foto della lotta-abbraccio giocoso con Nino, e tu che scattavi. La foto mi riempie di un sentimento che non so decifrare. Riesco tramite le immagini a risentire la voce chioccia di Giamberardino e a vederne i baffetti.


Spesso marionette con i fucilini, gli Enfield. E noi ridicoli per quelle posture marziali, nei riti che tanto piacciono ai militari. A confermare l’illusione di essere  i personaggi reali  a sostegno della scena rappresentata, con  noi imberbi ‘mamozzi’. 

Mi sento in colpa per tutti i dispetti fatti a Somma. Poi mi accorgo che ci ha lasciati, come capiterà a noi. Scivoleremo via nell’ombra degli "alberi pizzuti" come chiamano a Roma i cipressi dei cimiteri. Tutti un poco per volta e in silenzio. Non ho rimpianti o nostalgie solo un allegro stupore verso come eravamo in quella vita.

Un caro e notturno pensiero. Ogni tanto la luna a Venezia visitava le brande e il camerone. Dormivamo alla grande. Solo una notte me ne sono accorto. Era caldo, forse maggio, e qualcuno aveva aperto la finestra.

Caro Franco, vedi che scherzi mi fai, mi hai rimesso in moto i ricordi. Sarà per questo che non raccolgo le foto. Ora mi ricordo di Capo Contini a Punta Sabbioni dente scheggiato da elmetto

Io e te a Redipuglia, ore in piedi. I ricordi schizzano,  avevi le sopracciglia folte. Ti incazzavi sempre in modo educato. Ridevi di Galeazzo e le sue smanie da lord.. basta cosi. Mi fa male pensare che in fondo eravamo angustiati da qualcosa ma contenti. Stagione intensa e bella.

Le sceneggiate cerimoniali e militari non mi  sono mai piaciute. Oggi sarei più’ tollerante. Anche i superiori finivano per essere i forzati attori della scena che doveva essere rappresentata.. Perdonami fratello di mare, ma solo a te dico e direi queste cose.


Invece non sai che ho fatto due IGP, dopo quello da Fr. l’anno successivo  quello da IN/ef.  Mi sono congedato come secondo capo Incursore/ educazione fisica, in fondo la mia Marina mi aveva accontentato.

La mia fortuna e sfortuna e’ stata che finito il corso da Pa/smz con relativo brevetto, mi hanno trovato un lieve deficit uditivo, secondo alcuni un adattamento fisiologico che prima o poi colpisce tutti i subacquei, invece  secondo altri un motivo di non idoneità.


In attesa che i medici militari si mettessero d’accordo mi spedirono a fare il Furiere a bordo di Nave Alabarda. Un vecchio scafo rugginoso, ormai immobile, da demolire e ormeggiato definitivamente ad una banchina a Taranto, nel Mar Piccolo. Che tu come ex sommergibilista ben conosci.

Nella Segreteria, un angusto forno crematorio o loculo eravamo in quattro. Un capo di prima classe e tre Fr.  e chi ritrovo? Un nostro compagno, Guerino Di Martino, il vero capo della segreteria, quello che la faceva funzionare,  bravissimo.

In fondo un mondo sereno quello di nave Alabarda, il relitto che non avrebbe più’ navigato. Come tutti. Un relitto pieno di orizzonti e ricordi di mare,  di vite e di tramonti luminosi. Come noi tutti ex marinai di cui il mondo ignora sentimenti vissuti, quelli che non si scrivono sul giornale di bordo e uno  porta con se.

Siccome non sapevo fare un tubo ed ero svogliato, per togliermi dai piedi mi spedivano in quadrato a fare gli aggiornamenti del portolano e delle carte nautiche,  che non sarebbero mai servite a nessuno.

Da autodidatta avevo imparato a usare squadrette e righello per trovare la longitudine e latitudine di boe, segnali diurni o notturni, scafi affondati, modifiche batimetriche e altre da riportare, sempre con inchiostro rosso, come le  variazioni annuali del Nord magnetico.

Nessun terrestre immagina quanto lavoro serva per fare ed aggiornare una carta nautica e perdersi nelle puntigliose indicazioni dell’Istituto Geografico di Genova. Questo mi divertiva molto.

Intanto chi sgobbava nella Segreteria della divisione era l’operoso e capace Di Martino. Un esempio meraviglioso di marinaio  serio motivato, intelligente e capace. 

Ho scoperto molti anni dopo che  anche lui, rottisi gli ziibidei,  gia’ sergente di Marina, per amore di una bellissima americana, lasciò i gradi e la divisa e andò in America, dove ora vive a San Antonio nel Texas.

Mentre il Sottocapo Furiere Di Martino sgobbava, io vivevo in attesa  di ritornare a Comsubin. Mi piaceva da matti fare il subacqueo. Buon sommozzatore e modesto palombaro. Anche se amavo piu’ lo scafandro e le sue sensazioni. Ma il destino mi  indirizzò ad altro.

Solo quattro anni fa sono ritornato a  Comsubin noto come il Varignano. Grazie a Vittorio ex palombaro dalla vita avventurosa fuori dalla Marina e’ riuscito a ritrovarmi  dopo quasi sessant’anni, grazie a lui, ho rivisto il golfo delle Grazie con i suoi azzurri smaltati e ho recuperato i ricordi  dell’ardimento giovanile.

Non avrei mai immaginato allora che sarei finito a fare lo studioso, il ricercatore e docente, in una gloriosa ma tetra Universita’ italiana (Università di Padova).

La mia salvezza  sull’Alabarda fu il capo divisione Notari, un ex dei mezzi di assalto della seconda guerra mondiale, divenuto ammiraglio, che per nostalgica identificazione aveva compreso il mio problema.

Ogni tanto mi tirava fuori dalla sua segreteria e mi spediva a fare sotto banco il subacqueo: corpi morti, ancore, ispezioni a qualche scafo delle sue corvette, e altro.

Non proprio tutto, tutto viene scritto sul Giornale di bordo, o nei rapporti, come quel pomeriggio estivo, mentre guardavo il gioco di ombre e luci dell’acqua sulla sinistra dell’Alabarda.

Mi affianco’ il comandante P., aiutante di bandiera dell’ammiraglio. Un livornese poco formale e scanzonato. Si soffermò anche lui a guardare l’acqua e mi apostrofo’, “sub dei miei stivali sono sicuro che non riusciresti a passare sotto la nave in apnea”.

Non fu una bravata la mia, come potrebbe pensare un terricolo. In quel momento feci mio il suo desiderio. Mi tolsi sandali e corpetto, e mi tuffai. Non era difficile. Quando spuntai dall’altro lato, a dritta, lo trovai affacciato alle draglie che gridava “capo faccia rapporto a questo sciagurato, dieci giorni di consegna non li toglie nessuno”...il capo cannoniere con funzioni di aiutante replico’ bonario, “Comandante cosa devo scrivere?“.

Gli ridevano compiaciuti gli occhi: “no, non scriva niente prima siamo marinai e poi militari”. Anche lui si era tuffato con me e io al posto suo. A distanza di tempo mi regalo’ una piccola riproduzione del tuffatore etrusco. Dopo poco sbarco’ e non l’ho più’ incontrato.

Allora mi prendevo qualche liberta’ spingendomi sotto e nelle penombre verdastre dei bacini di carenaggio dell’arsenale di Taranto.  Poi se riportavo qualche cozza, anguilla, cefalo, nessuno diceva niente.

Ma in segreteria non mi volevano tra i piedi. Così il mio protettore mi spedì come tuttofare sul Sibilla. “Hai bisogno di vera aria di mare” , mi disse.

Mi ritrovai pro-tempore sulla corvetta destinata ad esercitazioni nei mari della Grecia. In realtà’ feci il passeggero, con qualche mal di mare terribile. Solo una volta al porto del  Pireo,  mi ributtarono in acqua per una catena finita aggrovigliata nel mozzo dell’elica.

Ad avventura finita una mano santa mi rispedì  a La Spezia, ma non a Comsubin.   Dopo  qualche tempo per capacità sportive mi ritrovai a Sabaudia, a Mariremo, a fare l’atleta, il canottiere. 

Gare allo spasimo un po’ ovunque, anche all’estero, vinte poche e perdute molte. Avendo anche la testa impegnata sui libri mi misero poi a fare  l’istruttore. Nel frattempo la burocrazia sanitaria mi aveva dimenticato e io di lei. Ma non il Ministero che  mi chiamò a fare il corso IGP all’Isola della Maddalena come Furiere, io che avevo fatto altro.


La cosa bella è che li’ ritrovai te caro Franco. Che grande emozione rivederti con gli altri amici, Nino e Galeazzo. Molte belle  passeggiate e cenette felici. 

Poi la mia vita inquieta dopo il passaggio agli l’IN/ef, prese altra strada e la Marina  divenne un ricordo. Mi ero congedato. Un’altra vita mi prese.

Solo dopo oltre mezzo secolo  ritornai al Varignano a La Spezia nel 2017 ad un raduno con gli ex palombari del mio corso del 1961, di dieci ci ritrovammo in cinque, tutti brizzolati e canutì.  Ogni tanto mi sento e mi vedo con uno di loro, il solito Vittorio, rimastomi amico.

Caro Franco, fratello di mare, un abbraccio prolisso come questa chiacchierata con te, e scusami della scrittura disadorna e della sintassi non sempre felice, ma e’ difficile che i sentimenti obbediscano alle regole. Il vento quando spira non sa scrivere..

Alessandro.

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aggiornato a :
sabato 01 gennaio 2022